Il 26 settembre 2026 alle 17:30 nella sala ex Tesoreria di Palazzo della Città di Bari si è tenuto l’incontro “Il lavoro, fondamento della Repubblica”, per la rassegna “Abbasso il re! Viva la Repubblica”, una serie di dieci lezioni sulla democrazia promosse dal Comune di Bari e dal Comitato provinciale di Bari dell’A.N.P.I.
L’incontro con Roberto Voza, docente di diritto del lavoro presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” è stato introdotto da Anna Lepore, sindacalista e vice presidente dell’Anpi di Bari.
Un patto tra generazioni
La Costituzione italiana – ha detto Anna Lepore – va intesa come un vero e proprio patto tra generazioni per via dell’impegno che lega persone che non si sono mai conosciute: da un lato i padri e le madri costituenti e dall’altro le generazioni future. Per dare attuazione a questo patto, occorre attenersi a valori emersi come risposta concreta alle privazioni del ventennio fascista: la libertà di espressione e di associazione, il diritto all’istruzione pubblica e inclusiva e la tutela della salute.
Nel testo costituzionale emerge il tema del lavoro. Nella Costituzione il lavoro non è definito come semplice mezzo di sostentamento, ma viene elevato a principio fondante della Repubblica (Articolo 1) e strumento di emancipazione e sviluppo della persona.
L’Articolo 4 riconosce il lavoro come un diritto e impone allo Stato l’obbligo programmatico di creare le condizioni per garantirlo, mentre gli Articoli dal 35 al 40 ne specificano le tutele concrete: equa retribuzione, limiti all’orario, protezione di donne e minori, assistenza sociale, libertà sindacale e diritto di sciopero.
L’attuazione di questi principi ha visto nel 1949 un momento cruciale con il Piano del Lavoro di Giuseppe Di Vittorio, alla guida della CGIL.
Quel percorso ha condotto nel 1970 all’approvazione dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300), il momento in cui la Costituzione è “entrata nelle fabbriche”.
Roberto Voza: lavoro e democrazia

Il giurista Roberto Voza ha iniziato il suo intervento con riflessioni sul rapporto tra lavoro e democrazia, punto di partenza nel pensiero di Axel Honneth, filosofo e politologo tedesco che esprime il concetto di “lavoratore sovrano”. Una delle principali lacune delle teorie democratiche tradizionali – sostiene Voza – è l’aver trascurato che il popolo sovrano è composto in prevalenza da persone che lavorano.
Il lavoro non è solo produzione, ma un polo capacitante in grado di rafforzare la cittadinanza democratica e di rendere chi lavora un soggetto attivo nella vita pubblica.
L’articolo 1 della Costituzione
Come ha osservato il giurista Luigi Ferrajoli, l’Articolo 1 definisce l’identità repubblicana fondendone due dimensioni fondamentali: la dimensione sociale, espressa dal lavoro come fondamento, e la dimensione politica, rappresentata dalla sovranità popolare. Grazie all’intreccio tra questi due principi, la carta costituzionale segna una cesura netta nei confronti della tradizione liberale classica e proto-liberale.
Il pensiero politico occidentale – sagomato sull’antropologia di autori come Machiavelli o Hobbes – presupponeva un’umanità mossa principalmente dall’interesse individuale e dal tornaconto personale, spinta a stringere il patto sociale al solo fine di evitare il conflitto reciproco. Quel modello si fondava su un’implicita antropologia della disuguaglianza, poiché riconosceva la piena cittadinanza a un nucleo ristretto di individui ovvero gli uomini possidenti, escludendo le donne e i ceti non abbienti.
Nel testo dell’Articolo 3 emerge una contiguità concettuale tra i termini “cittadino” e “lavoratore”, a dimostrazione del fatto che l’uguaglianza ha travalicato i confini della sola cittadinanza politica per insediarsi nello spazio della cittadinanza sociale, dove si determinano le condizioni materiali di vita, salute e benessere. Nell’impianto costituzionale, inoltre, il lavoro si distingue nettamente sia dall’individualismo liberale sia dal corporativismo fascista. Quest’ultimo concepiva la prestazione lavorativa come un dovere coatto finalizzato esclusivamente a rafforzare la potenza della nazione.
L’articolo 4 invece, individua nel lavoro il fondamento della dignità personale e il mezzo principale attraverso cui la persona esprime la propria personalità e contribuisce al progresso materiale e spirituale della società.
Il fenomeno dei lavoratori poveri
Tuttavia, l’analisi dell’evoluzione legislativa degli ultimi decenni mostra uno scostamento significativo da questo modello. Dopo la grande stagione di attuazione costituzionale culminata con lo Statuto dei Lavoratori del 1970, il diritto del lavoro ha attraversato una fase di profonda trasformazione.
A partire dagli anni ’90, sotto la spinta della globalizzazione e delle teorie liberiste, le tutele del lavoro sono state progressivamente interpretate come vincoli alla competitività economica. Ciò ha determinato una crescente precarizzazione dei rapporti contrattuali, la proliferazione di forme di lavoro atipico, l’indebolimento delle garanzie contro i licenziamenti e una generale frammentazione del mercato del lavoro, accompagnata dalla perdita del potere d’acquisto dei salari e dalla diffusione del fenomeno dei lavoratori poveri.
Di fronte a questo scenario, il richiamo ai principi costituzionali assume il valore di un’emergenza democratica. Rimettere la dignità del lavoro al centro dell’azione politica e sociale non equivale a un’operazione nostalgica, bensì alla difesa delle istituzioni democratiche stesse. Come insegnano i padri e le madri costituenti, non può darsi una democrazia compiuta là dove difetti la giustizia sociale e dove il lavoro venga spogliato della sua funzione di emancipazione e uguaglianza.